– attraverso –

 

l’aura che la fiamma emana
quella che gioca con l’aria
o meglio, che deforma
io ci passo in mezzo – l’attraverso –
come un velo grigio
m’incartapecorisce il viso
mi si rapprende in faccia
come un tempo – come il tempo –
come la pellecchia del latte rimuoverla è un fastidio
a meno che non piaccia – ma non a tutti no, non a tutti, piace –
come lastra – del ghiaccio intendo –
s’incrina e poi si stacca

come iceberg sì, si spacca
la nave che lo urta e un po’ lo spezza
perde un pezzo ma è un gigante si distacca
eppur galleggia

che tu sia per me un Titanic
l’incantevole disfatta
lascia che io veda
lo sprofondare dell’acqua.

Basta – l’entrata di Cristo a Bruxelles

Eccomi sono a casa sono tornata adesso sento il passo di mia nonna accanto a questo letto scelgo un suono per accompagnare il verso adesso ascoltami: voglio parlarti a cuore aperto /

basta
tu pensi che mi piaccia?
avvicinare il mic
spiccicato in faccia?
bestia
adesso mi confessa
che pensa che io in fondo faccia
finta modestia
“reppa!
questa è una poetessa?!
in fondo mi disgusta
ritornami la felpa”
merda! adesso sono ferma
sul ciglio di un gradino piango
come una teenager
germe sono ancora al verde
be’ meglio che esser verme
ma questo marmo è duro
da quando non c’ho culo
mi siedo sulle ossa
vuole una riscossa?!
ma adesso questa
costa //

Francia
nutre la distanza
ritagliati una frangia
nella friendzone
mi grazia con un colpo e basta
dice: “pace non ho” l’uomo che non dorme no
non dorme no
la vita che è un’attesa
come in una hall
gira in tondo gira a vuoto
come  un hula-hoop
gira in tondo gira a vuoto
come un hula-hoop
come un hula-hoop //

vorrei estirpare queste paranoie dalla mia testa
come faccio coi rovi dalla mia terra
ma se non scavi a fondo con le mani nude
finché non diventan ruvide
la radice del male resta
come uno spillo nella mia testa
come le spine sulle mie dita
che sono così scema per non dire svampita
da accarezzare i cactus prima di cena
e vorrei avere un cuore grande
anche se sento che il mio è già gigante
per accogliere tutto come il bello così il lutto
così la merda che mi gettate addosso
ma per quanto nera sia la squama
la mia pelle torna bianca
grazie ai rivoli dei solchi che l’acqua lascia
perché lava e bagna
che io sia per voi il rovescio
contro norma e contro senso
picchierò gli amici e coi nemici
giocherò lo stesso

Gong

 

 

fisso il lavandino
perde
le mani lavo
e vedo grigi

grumi di capelli
cascano dal corpo io li raccolgo ma
s’intasano nel petto: ho un gorgo dentro

Golgota, t’aspetto
e nel frattempo guido senza meta
inerti le mie mani non han presa
sì che par io abbia  moncherini
che gridano al volante

questo mio petto è un tubo
da cui scruto

ciò che è meglio non proferire mai

Etna

 

rami come mani di burattinai
ondeggiano
al vento che tutto tange e confonde
monito e tormento
monito e tormento
monito il tormento!
e mi domando: fino a quando reggo?
io mi domando fino a quando reggo!
l’avresti detto?
la veste del successo un sudario che t’affossa collo e cranio
e nulla può
contro un corpo nudo spalancato che diventa canto e chino il capo!
in ginocchio sulla terra che si sfalda e poi mi sdruma vado sotto io sprofondo
metà globo metà donna sembro dama ma mi scorre dentro … lava!

vulnerabile vulcano parla piano
la fragilità sta nella roccia che si spezza e non si piega
e non ritorna intera! monte su monte parrebbe impedimento
ma può diventar riparo un ostacolo che
che trattenga il vento!

l’avresti detto?
la veste del successo un sudario che t’affossa collo e cranio e nulla può
contro un corpo nudo spalancato che diventa canto!

tu! nata il quattordicesimo giorno del nono mese come la diva
quella bianca con la voce nera
bella fuori bella dentro così tanto da diventare di se stessa
scempio!
lei che cento volte muore
anche tu così
muori!

vissi e niente m’incupì di più dello stormo brulicante e caotico delle rondini in cielo
e del loro urlo agghiacciante
potrei vestirmi di aloni rossi come veli
da cui vedi e non vedi questo corpo che pur segui
come in una giungla aggrapparsi e inciampare
ti piace? giocare all’amore col sangue, ti piace?
e fu subito Sabba ed io come una pazza
sono tornata a cavalcare le lepri nelle notti violacee e ventose
e la luna imbevuta di nubi sparisce e spaventa
ma io ho il piede sporco
che non parla
che fa l’unica cosa che fa: avanza!
lo senti? sono io sono il turbine di paranoie e mi contorco sono l’abito della spagnola in rosso sono questo vento burattinaio che smuove i fili e confonde
monito e tormento monito e tormento monito e tormento
e massimamente esisto in questo sfinimento
io vulcano spento, do la colpa a un aspetto di me che non governo,
sei contento, milord, sei contento?
sono reo confesso!
e uso il maschile per esprimere forza
perché in realtà
son donna.

SICME – 671

 

stridenti fischi di primo mattino
penetrano tramite udito nell’intimo
di un cranio che – sensibile – si sbigottisce e registra
suoni – non per forza molesti – ma di mezzi potenti
semi altisonanti incastri di ruote moventi //
che moventi hai tu? // dissimili
ma dopotutto colpi
di batteria stonati freni e sbuffi improvvisi di fumo
e silenzio:
è così che si sveglia
lo STABILIMENTO
SICME seicentosettantuno
6 – 7 – 1 ma questo numero, ma come m’è venuto?
è quello che leggo sul berretto da detenuto
dell’uomo di cui in realtà mi nutro
sono sicuro, della famiglia dei Levi in verità vi dico
è il Primo
non solo per nome ma anche per destino
funesto e per genio e per intelletto
onorato io! che del sangue freddo del suo corpo mi umetto
lui ! che condivide con me la condizione di puro reietto
meritava il paradiso è finito per errore vivo all’inferno!
mi sembra di vederlo l’ufficiale tedesco sbraitare:
“perdete ogni speranza o voi che entrate
la prima regola del lager è ubbidire alle regole del lager”
che è anche il miglior modo per finire all’altro mondo veloce con dolore
come un giro di night shot!
tu che tra sciatti e sporchi fagotti informi
spicchi
con uno sguardo attento fatto di occhi ardenti e vispi
mezzi gialli direi vitrei vivi sebbene dell’amore privi tu che redivivi
e ti fai animalesca resistenza e sforzi fino allo strenuo le tue logore
membra!
la prima regola del lager è ubbire fino all’impossibile a lavori da titani e supereroi
a umiliazioni che neanche se le provi tu capire puoi!
io che ti vedo riflettere come chimico in un laboratorio ostico
per tenerti appeso al collo questo mondo cinico come un ciondolo!
con mani ripulite in civiltà ammorbidite da guanti ammaestri vecchi compagni
a rivestire i cavi in stagno

ristagni un po’ di anni in viale cigna centoquattordici
finché come una cinghia non ti s’attorciglia al collo
un serpente che si mangia la coda l’eterno ritorno l’angoscia
di una tromba che dalle scale in cima ti si snoda fino alla tomba!

io! unico testimone di quest’atto vile
che come te mi restano poche ore da vivere
son parassita e senza sangue la mia vita è labile
eppur non abbandono questo corpo esanime
chi lo dice che solo il cane è capace di un amore durevole?
tu! che condanni lo stabilimento al suo inesorabile
decadimento!  si farà tempio mausoleo di se stesso
per mantenere viva la memoria nonostante il decesso!
carcassa di cemento le cui vene sono
rami morti di tubature e ruggine in cui scorre quel
liquido brillante reso opaco dal calcare che chiamate
acque: lì la legionella sola infesta e regna!
unica salvezza di quel luogo sarà l’abbandono
e poi la quiescenza
e poi la conoscenza
e l’amore che tutto trasforma
e l’arte che rinnova mette in luce
e infine….

mostra ///

 

 

Apocalypse

 

vorrei riuscire a godere dell’amore
e vorrei riuscire a godere dell’amore
ma alla base della gola radicato ormai
il magone
come un groppo pulsa e schiaccia
fatta! come una pazza sotto l’acqua
che adesso grida :”salva!” la tua anima
ma tanto… ero già morta ero già larva
sputa! questo polpo che ti divora il petto
pieno di umor nero e di liquame e rigore
mortis
scrivo la mia ultima lettera come Jacopo
Ortis
Cara, se nel tuo intimo c’è Chilly
nel mio inguine c’è un bozzo
il colore non lo vedo perché sta sotto
ma se lo vedo lo vedo buio come un
pozzo alla cui acqua non s’attinge
perché alla morte lei ti spinge
e vorrei riuscire a godere dell’amore
e vorrei riuscire a godere dell’amore
ma è presagio di qualcosa di funesto
che io penso sia all’esterno
e invece muove dentro
come un nano
si contorce danza grida invano
come un feto già rappreso
qualcosa di nuovo è morto già
come Voldemort sotto la panca bianca
sento nella pancia la nera profezia
è protervia la mia! pensare di essere veggente
butta male! porta amare voglie tra la gente
a notte insonne alla strega si rivolge
sotto mentite spoglie:
“il dolore rende l’uomo belva”
“curioso, anche l’atto dell’amore gli somiglia”
umana bestia!
la pupilla si dilata e diventa una bestemmia!
ma per quanto aggiusti lo specchietto
resterà quel punto cieco il più abietto quello che no
non potrai confessare no neanche a te stesso

e la domanda e attanaglia:
fin dove giunge la crudeltà del mondo?
qual è il punto di non ritorno oltre il qual grado
l’anima non sarà salva perché la terra troppo calda
sarà avvolta da una sola grottesca fiamma
che tutto surriscalda e poi
raggela? perché il fuoco brucia sì
ma lascia tutto spento è nero
è polvere nell’aere e stanze chiuse e le serrande abbassate d’estate
e la luce che filtra è veloce sì

ma è delicata! può arrivare ovunque ma ovunque può essere arrestata

basta una mano ad oscurare il sole
basta una mano // ad oscurare il sole.

Rovesci di tenebra

 

You are the moon light flower
you are the voice of the night
when you’ll call I’ll follow
we will leave on the trip of delight

 

quel momento
che è tramonto
e tuono cupo
ignara tu giochi col fango
giostra fatta d’inverno e melma
e non ti accorgi che rosa
è il colore della tenebra
e dolce è la luce che fulmina

dura questa notte ancora scura
la parola inciampa adesso è ferma
credo di trovarla…
ma l’ho persa!
come Vasco Rossi e poi i depressi
cerco di trovare i sensi e i nessi
ma i messi che creano alleanze
se l’asse poi si rompe passano per fessi…
vedessi amici che spesso mi chiamano
Eugi… Eugi… Eugiiiiiiii

When you call my name …
when you love me gentley….

Eugiiii Eugiiiii

come hai potuto
proprio tu Bruto
quoque tu Brute
fili mi…
incidermi …
nella tua ….

nel buio del mattino vedessi come urlo come grido
li digrigno i lineamenti con i denti bruxo e schiumo
alla guida ! ti tampono come un toro spacco tutto
il fanale come avanti così dietro ahi… che male…
scappa! sono un cane che ti abbaia in faccia…
ecco guarda… addosso c’hai la scabbia!!!

ruba la pelliccia… mica ruba anche di più?
maramaratondatestainbassoegambeinsu!
non c’è stato inizio e non ci feremero più!

questa pasta a terra la rovesci?
questa pasta qui cibo per pavimenti?
questa pasta a terra
la rovescio!
in eterno nutrirò quel pavimento!
ma bada bene per capire chi hai di fronte
nota pure come passa il tempo
e cosa nutre
come hai potuto
quoque tu Brute…
fili mi.. incidermi..
nella tua…

Poesiaaaaa?!
Non chiamarmi poeta o profetessa
non hai capito è una veste che sta stretta
un vestito nuovo sì patinato sul bluetto
cucito certosino sulla linea della vita
ma la cinge e poi la stringe e buchi lascia
e poi si strappa… come una calza sulla coscia
che si smaglia… un po’ straborda un po’ disgusta
ma comunque… macchia… lascia aloni di colore

bluuuuuu velvet… bluer than velvet was the night…
she wore blueeeeeeee Velvet….

s’è stancato il lauro di essere poetico
l’ha detto pure Lorca bisbetico
s’è rotto pure di essere profetico
come Giovanna sulla forca,
non lasciare che io bruci viva in nome di una lotta
vana e sporca come la mia lingua mala che si sbatte
dal palato alle anche e ti ferisce
in nome di qualcosa che tu chiami… poesia
ma che a me pare più un gioco a mors tua
o vita mea